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Vergogna!

 

 

flickr donna nel lago1 300x211 Vergogna! 

Vi siete spaventate, vero? Tranquillizzatevi, non è rivolto a voi. Ho pensato che un titolo un po’ “forte” sarebbe riuscito a risvegliarci dopo le festività e, a tal proposito, bentornate qui nella sezione dedicata alla Psicologia.

La vergogna sarà quindi argomento della nostra discussione.

Prima di tutto cerchiamo di capire che cos’è: un’emozione, uno stato d’animo, una sensazione interiore? Probabilmente sì, anche se preferirei parlare di un sentimento verso sé stessi, inteso come risonanza emotiva suscitata dall’immagine o valutazione di sé. Si prova vergogna di fronte agli altri, quando non ci si reputa all’altezza di una situazione, di un ruolo, oppure perché ci si sente fisicamente inadeguati o poco attraenti, si teme insomma un giudizio negativo da parte delle altre persone. Ma la vergogna può essere anche non direttamente legata a situazioni di interazione con altri: possiamo vergognarci ora per un comportamento del passato, per un pensiero fuggevole o un desiderio ed ecco che sentiamo quel disagio interiore, ci sentiamo “fuori posto” con noi stessi. In questo caso tutto parrebbe avvenire al nostro interno, ma in realtà è come se ci osserviamo dal di fuori con occhio critico e questo suscita vergogna. Secondo alcune teorizzazioni psicoanalitiche, la vergogna è in stretta connessione con il senso della propria identità, in quanto è provocata da quelle situazioni che ci costringono a guardarci con gli occhi degli altri e a riconoscere la discrepanza fra ciò che percepiscono gli altri, appunto, e come invece percepiamo noi stessi. In questo modo l’onnipotenza del sé infantile sottoposto allo sguardo critico degli “altri”, verrebbe progressivamente ridotta. Durante lo sviluppo e la crescita dell’essere umano l’accettazione delle esperienze vergognose contribuirebbe ad accrescere l’autoconsapevolezza e la capacità di autotrasformazione, rendendo possibile l’autoprogettazione e la realizzazione di questo progetto. Possiamo dire che le esperienze vergognose, se vengono metabolizzate e usate come mattoni di crescita, vanno a modificare quell’immagine ideale di sé rendendo possibile la costruzione di un sé molto più vero e autentico.

Abbiamo già detto, in incontri precedenti, che i grandi ideali del passato non esistono e che i nuovi modelli imposti cui tendere sono quelli della moda, del consumismo sfrenato e dell’esteriorità più vuota e superficiale possibile. Sono venuti meno anche i modelli forti delle figure genitoriali, degli insegnati, degli educatori in genere e quindi ha ancora senso parlare di un’immagine di sé ideale? Se sì, poiché è evidente che non può formarsi dal nulla, su quali immagini si modella,? E ancora come avviene, posto che avvenga ancora, la transizione verso un’immagine di sé autoprogettata e perseguita?

Vedete come ancora una volta gli aspetti psicologici siano strettamente connessi con i cambiamenti sociali e tecnologici. Le nuove generazioni sempre più “digitalizzate” modellano i propri ideali, fin da piccoli, sui personaggi dei cartoni animati, oggi assolutamente virtuali e improbabili rispetto a quelli di una volta. Fatine sexy che paiono “veline”, eroi muscolosi che paiono usciti da qualche reality show e così via, dotati di poteri magici e di una buona carica di aggressività e violenza ma, soprattutto, onnipotenti. Personaggi antropomorfi che scimmiottano gli atteggiamenti e le componenti peggiori degli adulti, rendendo impossibile una qualsiasi identificazione dei bambini con l’essere umano, proprio perché non hanno nulla di infantile. Altro che il povero Paperino! Nonostante appartenesse al regno animale grondava umanità da ogni “piuma”, era carico di emozioni nelle quali i bambini potevano trovare una facile identificazione e, attraverso questo meccanismo, imparavano a conoscere anche il proprio mondo emotivo. Durante la crescita e la maturazione individuale a questi ideali si sostituiscono quelli in carne e ossa dei mass media, ragazze bellissime dai corpi statuari, sempre “perfette”, magrissime e, nel contempo, sensuali e ragazzotti muscolosi che ripropongono lo stereotipo del machismo. Possiamo dire che abbiamo fatto piazza pulita degli ideali veri e propri e li abbiamo sostituiti con modelli assai più prosaici e materiali. Quindi ci si ispira ad immagini molto più terrene, ma non per questo meno idealizzate e cariche di onnipotenza, e anche molto più accessibili; in fondo basta un buon parrucchiere, la palestra, una dieta, qualche lampada abbronzante e, nei casi più difficili, qualche colpetto di bisturi qua e là. Anche la vergogna ha profondamente mutato la propria essenza.

Vedremo nella seconda parte quali mutamenti ha subito il sentimento della vergogna e finiremo di rispondere agli interrogativi posti fin qui.

Un caro saluto a tutte

 

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