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In parole povere……povere parole!

 

 

 

Certo che pare proprio un controsenso. Viviamo nell’epoca della scolarizzazione di massa, eppure il linguaggio si sta impoverendo sempre più. Tralasciamo per un momento la lingua dei “cellulari” e del “web”, connotata da abbreviazioni orrende e errori grammaticali e sintattici macroscopici, e guardiamo all’italiano “colto”, quello dei quotidiani, dei libri, delle tesi universitarie, ecc. Per la mia generazione figlia del maestro unico, del latino alle scuole medie, delle poesie imparate a memoria è evidente la drastica riduzione dei vocaboli usati nella comunicazione contemporanea, sia verbale che scritta, e l’altrettanto drastica riduzione delle forme verbali usate. Non si tratta di una mera semplificazione del linguaggio ma di un vero e proprio impoverimento linguistico.

L’ Italiano è ricco di vocaboli che spesso e solo apparentemente paiono sinonimi, in realtà l’uso di una parola al posto di un’altra può modificare sostanzialmente il senso di una frase. Bene lo sanno i giuristi, per i quali l’esigenza di chiarezza e di fugare il più possibile qualsiasi ambiguità interpretativa spinge ad una ricerca meticolosa del vocabolo appropriato.

Al di là del discorso prettamente linguistico, la rivoluzione che sta investendo il linguaggio ha rilevanti risvolti psicologici. Ogni parola sta a definire ed identificare un concetto, ogni concetto è un costrutto mentale che rende rappresentabile e riconoscibile a livello cognitivo e di pensiero, un oggetto, una situazione, un fatto. Ogni volta che viene perduto un vocabolo, il nostro panorama mentale delle rappresentazioni del mondo esterno ed interno a noi si riduce, per cui quando ci troveremo di fronte a “quella cosa lì” non saremo in grado di rappresentarcela e sarà un po’come essere alieni nel nostro stesso mondo. Non solo, ma l’impossibilità di concepire qualcosa ne rende impossibile la comprensione, con un conseguente impoverimento dei processi di pensiero e quindi, alla fine, il cervello è sempre meno “allenato”. L’ambiguità della comunicazione aumenta e proporzionalmente crescono le difficoltà di capirsi, per cui si innescano continui conflitti fondati su malintesi e fraintendimenti che comportano un vero e proprio logorio psicologico. La stanchezza è tale da spingere ad un ulteriore isolamento e a rinunciare alla comunicazione vera che diviene sempre più, di fatto, una “comunicazione di servizio”.

La perdita delle preziosissime differenze lessicali e lo scivolamento verso una forzata e misera omologazione linguistica, mutuata dall’informatica e dall’inglese, determina un impoverimento esistenziale e un ritorno a forme di comunicazione più primitive. Fateci caso, ma quanta gente oggi non chiede più “permesso” per passare, spintona e va avanti. Non è solo un fatto di costume (o meglio mal-costume) ma indica un atteggiamento psicologico preciso, in base al quale con gli altri non si parla ma li si sposta come oggetti che intralciano il cammino. Questa, come detto prima, alienazione rispetto al proprio mondo di riferimento si riverbera su tutta una serie di comportamenti con risvolti anche drammatici.

 Il non riuscire a rappresentarsi mentalmente come parte di un tutto inevitabilmente collegato, fa sì che non sia un problema travolgere con l’automobile un pedone e poi andare in birreria a bere con gli amici. In un contesto in cui il linguaggio non si fonda più sulla corrispondenza fra concetti e parole, concetti quali Morte, Omicidio, Colpa, Responsabilità (che non possono essere miseramente condensati in aride stringhe di acronimi del tipo T.V.TT.B.) divengono non rappresentabili, un po’ alla volta scompaiono dal panorama mentale degli individui entrando nel regno della non esistenza.

 Parimenti la condensazione delle emozioni e dei sentimenti in stringhe di acronimi testimonia del poco investimento affettivo: gli affetti, per loro natura, hanno bisogno di tempo e di parole, quattro lettere e quattro punti indicano un investimento all’insegna del “risparmio” e della fretta. Scarsità di impegno e fretta uccidono la relazione, perché se è vero che troppe parole possono far male è altrettanto vero che la penuria di parole rende miseria la relazione stessa. A questa legge dell’impoverimento non sfugge neppure il presunto linguaggio “colto” della stampa, soprattutto dell’informazione quotidiana. Frasi fatte, preconfezionate, per cui c’è sempre la “morsa del freddo”, “l’esodo dei vacanzieri”, “la vacanza mordi e fuggi”, “l’Italia a due velocità” e potrei andare avanti all’infinito.

Eppure abbiamo tantissimi strumenti per non lasciarci andare a questo stato di cose: esistono ancora buoni libri, ben scritti, esistono ancora buoni insegnanti che danno ricchezza linguistica e culturale ai loro allievi, esistono ancora giornalisti che sanno incantare per la bellezza dei loro scritti, e quindi sta a noi non fare scelte fondate sulla pigrizia e il disimpegno. Potreste divertirvi a leggere ed ascoltare con atteggiamento più critico e attento proprio per smascherare questa tendenza, tenendo presente che il linguaggio che “l’altro” adopera è fortemente rivelatore dei suoi processi mentali ed è da questi che discendono gli atteggiamenti ed i comportamenti. Inoltre chi possiede un linguaggio ricco e ben strutturato detiene una risorsa potentissima che, se non condivisa da tutti, può divenire un vero e proprio strumento di potere sugli altri.

Saluti e buone parole a tutte.

 

 

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