LA SOFFERENZA (sventura o risorsa?)
Non lasciatevi spaventare dal titolo, ma abbiamo parlato dei problemi legati al corpo e alla relazione e non possiamo negare che un collegamento con la sofferenza esiste. Prima di tutto definiamo in quale cornice ne parleremo: escluderemo la sofferenza fisica, quella legata alle malattie del corpo in senso stretto, e quella legata alle patologie psichiche, per rivolgere la nostra attenzione a quella che definirei “esistenziale”, comunque non meno importante e, a volte, drammatica. Se provate a darne una definizione , sicuramente, ne troverete moltissime: si soffre per un amore non corrisposto, per un obiettivo non raggiunto, per le difficoltà economiche, per il dolore provato da una persona cara e così via, ma in questo modo non abbiamo dato una definizione, ci siamo limitati ad elencare alcune situazioni che la provocano. Spingendo oltre il pensiero scopriamo che la sofferenza si manifesta ogni volta che la realtà, o la nostra percezione della realtà, non corrispondono al nostro modello mentale di come le cose dovrebbero essere. Tutti siamo alla ricerca di gratificazioni, di situazioni piacevoli, tutti desideriamo che l’ambiente intorno a noi sia pregno di sensazioni ed emozioni positive e che quel nostro stato di equilibrio, così raramente e faticosamente raggiunto, perduri.
Ogni qualvolta questa realtà ideale entra in collisione con la “realtà” , soffriamo.
Potremmo dire che la sofferenza è genericamente collegata a vissuti di perdita, oppure di deprivazione rispetto a certi bisogni percepiti come importanti, fondamentali o, ancora, di fallimento quando diciamo a noi stessi “non sono in grado” “non ce l’ho fatta”. Questi vissuti, con tempi e modalità soggettivamente differenti, ci accomunano tutti, quindi una certa quota di dolore è direttamente connessa con il vivere ed è pertanto inevitabile.
Preso atto di questo, dato che non vogliamo cedere né all’autocommiserazione né alla disperazione, possiamo provare a trasformare la sofferenza in un’ alleata, usandola a nostro vantaggio e imparando una non facile convivenza.
Ritornando al quesito posto dal titolo è certamente vero che la sofferenza, così di primo acchito, viene vissuta negativamente, però è anche vero che con essa siamo cresciuti, maturati e abbiamo migliorato la nostra “attrezzatura esistenziale”.
Per illustrare meglio il senso di questo discorso, permettetemi una piccola digressione su alcuni aspetti della crescita psicologica dei bambini. Ogni dolore, ogni frustrazione, ogni delusione fanno soffrire ma, nel contempo, rendono il bambino più forte, più autonomo. Certo, è importante che queste emozioni negative siano sopportabili e, soprattutto, che non vengano vissute dal bambino in solitudine, ma all’interno di un ambiente affettivamente ricco che lo aiuti ad elaborarle. Molti anni fa il primo giorno di scuola materna rappresentava un evento traumatico: il bambino veniva condotto all’asilo, e lì lasciato. Non esisteva alcuna forma di inserimento graduale. Questo è un esempio di emozione negativa poco sopportabile e vissuta in solitudine, in un ambiente estraneo, in compagnia di adulti sconosciuti e con un profondo senso di abbandono e disperazione. Oggi non è più così eppure, nonostante le mille cautele, per il bambino si tratta comunque di un distacco dalle figure affettivamente rilevanti, distacco che genera una certa quota di dolore. Ma è anche attraverso momenti come questi che una creatura totalmente dipendente dagli altri, diviene una persona adulta, autonoma, capace di mandare avanti la propria vita. Evitare sempre i dolori, le frustrazioni, le delusioni impedisce lo sviluppo, alimenta la dipendenza e rende fragili. Vedete? Ogni dolore ha anche una contropartita, si perdono delle cose ma se ne acquistano altre.
Sia chiaro che questo non è un invito alla sofferenza, ben vengano la ricerca ed il perseguimento della propria armonia interiore ed esteriore, tuttavia può essere riequilibrante raffrontare i danni subiti con ciò che si è ottenuto in cambio. I nostri modelli culturali ci spingono verso una pericolosissima fuga dalla sofferenza, alla ricerca di “pillole della felicità” (quale che sia la loro forma e sostanza), mettendo in atto l’evitamento di tutto ciò che può essere “negativo” (persone, situazioni, ecc) in una costante e sfiancante fuga in avanti. Ma il culmine viene raggiunto con la negazione, perché se l’evitamento è un allontanamento fisico da situazioni dolorose, la negazione è un meccanismo di difesa psicologico che impedisce la percezione del dolore.
L’evitamento è rivolto all’esterno, la negazione agisce all’interno e dall’interno. Alla minima avvisaglia di dolore ecco che questo viene negato:”Non è vero! Va tutto benissimo!”. E’ così che il dolore negato scava dentro di noi, consumandoci dall’interno e trasformandoci in una “corazza” vuota, o genera altro dolore, che viene nuovamente negato, mentre ci consumiamo un po’ alla volta.
La sofferenza, quando ci si presenta, va vissuta, accolta in sé, “sentita”, lasciata parlare e poi va fatta decantare: bisogna prendersi il “tempo per soffrire”, solo così si può stare meglio. Questo “tempo per soffrire” non è il tempo del masochismo e non serve per crogiolarsi nel proprio dolore, anzi è il tempo della “riparazione”: ci serve per capire, accettare, elaborare cercando e ritrovando un “senso delle cose” che il dolore ci fa smarrire. Lavorare sulla nostra sofferenza, a volte, ci può aiutare a comprendere che è il nostro modo di rappresentare la realtà ad essere doloroso, oppure che siamo noi stessi a metterci in situazioni dolorose, quasi non potessimo farne a meno. In questi casi riuscire ad acquisire una diversa prospettiva, spostando anche di poco il proprio punto di osservazione, può portare a cambiamenti di notevole portata. Non tutti disponiamo delle stesse risorse pero, quindi la sofferenza sia nostra che altrui va maneggiata con cura, perché può rendere più forti, più “abili” alla vita, ma può anche essere devastante soprattutto se vissuta in condizioni di isolamento e solitudine. Prendersi del tempo per ascoltare la sofferenza può renderci migliori, aumentando le nostre risorse e, nel contempo, farci scoprire che ciascuno di noi può rappresentare una risorsa per l’altro e viceversa.
Come sempre, se vorrete esprimere i vostri pensieri, sarete le benvenute.

La sofferenza (sventura o risorsa?)…
Non lasciatevi spaventare dal titolo, ma abbiamo parlato dei problemi legati al corpo e alla relazione e non possiamo negare che un collegamento con la sofferenza esiste. Prima di tutto definiamo in quale cornice ne parleremo: escluderemo la sofferenza…
molto bello. condivido. Soffrire ci fa scoprire a noi e agli altri nel profondo perchè il dolore è profondo ed è molto più difficile da condividere. Però quando riesci a dividerlo con qualcuno, davvero hai raggiunto un traguardo: quello della consapevolezza e hai superato la barriera dell’egoismo. Diventi ricco di tè e dell’altro