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	<title>Vivo Bene Donna &#187; Psicologia</title>
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		<title>Il corpo: croce e delizia dell&#8217;anima mia</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 23:10:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È stato un anno di grande rivalutazione per le donne curvy. Ma sta cambiando davvero anche il rapporto con il nostro corpo? Vi riproponiamo un articolo pubblicato nel 2009,  in cui il nostro psicologo analizza il ruolo fondamentale che ha l&#8217;accettazione  di sè anche dal punto di vista fisico. Voi che ne pensate? &#160; In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">È stato un anno di grande rivalutazione per le donne curvy. Ma sta cambiando davvero anche il rapporto con il nostro corpo?</p>
<p style="text-align: left;">Vi riproponiamo un articolo pubblicato nel 2009,  in cui il nostro psicologo analizza il ruolo fondamentale che ha l&#8217;accettazione  di sè anche dal punto di vista fisico.</p>
<p style="text-align: left;">Voi che ne pensate?<span id="more-1605"></span></p>
<p><a class="highslide" onclick="return vz.expand(this)" href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/curvy-girls.jpg"><img class="size-full wp-image-12740 aligncenter" title="curvy girls" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/curvy-girls.jpg" alt="" width="620" height="500" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In un sito  dedicato a voi  donne reali  che poco avete in comune  con le immagini patinate e ritoccate al computer della pubblicità  e della televisione, mi è parso interessante parlare  del corpo. Esso ha diverse valenze sia fisico sensoriali che simboliche. E’ lo “strumento” tramite il quale ciascuno di noi entra in contatto con  il mondo fisico esterno ma, nel contempo,  è ciò che ci rappresenta e identifica nel primo contatto con le altre persone,  suscitando emozioni e reazioni diverse.<br />
Nella relazione entrano in gioco numerosi fattori, fisici, emotivi, psicologici ma è innegabile che  nella nostra cultura improntata alla ricerca del piacere  materialistico, l’aspetto gioca un ruolo importante, forse eccessivamente importante. Proprio per questo il corpo,  sempre più spesso, diviene fonte di preoccupazioni, disagi, insicurezze.<br />
Questo nostro corpo ha perso progressivamente la sua funzione di  “ponte relazionale” che ci unisce agli altri. Una stretta di mano, un abbraccio, un saluto dato con  un bacio sulla guancia, in passato  erano gesti dotati di significatività relazionale, si trasmetteva un’emozione, un sentimento, oggi sono  per lo più “atti convenzionali”. Il corpo, e più in generale la corporeità,  sono divenuti oggetti da esibire nell’ambito di rapporti di tipo”commerciale” dove essere attraenti diviene  un modo per sedurre (condurre a sé) l’altro  per ottenere qualcosa, non per dar vita ad  uno scambio.<br />
La cultura dei mass media ci trasforma in  “belle immagini da vendere”. Ecco quindi il trionfo della chirurgia estetica alla ricerca di una perfezione esteriore che in natura raramente esiste, dimentichi della ricerca interiore. La parola d’ordine è:” Guarda fuori di te, guarda  il mondo esterno, non fermarti mai!” Nessuno ha più il tempo di guardarsi dentro e le nuove generazioni spesso non sanno nemmeno più che cosa voglia dire. Questo continuo non ascoltarsi diviene sordità e cecità relazionale e grande senso di solitudine.<br />
L’essenziale è essere sempre circondati da altre persone,   sempre al centro dell’attenzione, fare parte del mucchio. La relazionalità fra gli esseri umani  si è trasformata in rapporti di tipo  esibizionistico/voyeristico dove si sollecita sistematicamente  l’attenzione, lo sguardo degli altri per sentire che si esiste, così come esistono i personaggi della televisione. Se ci pensate è lo sguardo di quei milioni di telespettatori che crea il personaggio e così, anche noi, cadiamo nel tranello: esistiamo e il nostro valore dipende da quanto gli altri ci guardano, da quanta “audience” abbiamo.<br />
Ogni persona “non è più un corpo” in azione nel mondo fisico e relazionale, ma  “possiede  un corpo” che deve essere esibito come una bella macchina, un  gioiello, un  vestito. Questa è una distinzione importante, che trasforma il corpo da elemento di soggettività ad oggetto.<br />
Nel profondo di noi stessi però sentiamo  il terribile e, a volte devastante, disagio di questa finzione; siamo veramente corpo e anima (psyche) in una indissolubile unione e questa oggettivazione del corpo ci espone al terrore di essere buttati via in qualsiasi momento, come un  prodotto usato.<br />
Paradossalmente l’artificio che abbiamo creato nell’illusoria ricerca della felicità, ci si è ritorto contro esponendoci ad un costante stato di ansietà: chi è bello vive nel terrore di perdere la bellezza, chi non lo è  vive il disagio, la rabbia, l’invidia di non riuscire ad ottenerla anche se il problema “bellezza” è solo la parte evidente della questione, quella profonda è la  paura di restare da soli.<br />
L’essere umano che  non ha sufficienti risorse sia psicologiche che affettive può  sentirsi così ai margini del mondo; pensiamo agli adolescenti, ai modelli che vengono loro imposti e alle terribili conseguenze a cui  tutto ciò può  portare.<br />
Come provare ad  uscirne?<br />
Sarebbe semplicistico dire che bisogna accettarsi come si è, volersi bene, non preoccuparsi dei giudizi altrui. Chi riesce a fare tutto ciò probabilmente ha già un buon rapporto con sé  stesso ed il proprio corpo, non si sente in balia dello sguardo altrui.  Può essere utile, tuttavia,  una semplice riflessione: il concetto di  bellezza è dato da una “convenzione socio-culturale”, pertanto è relativo. Voi direte:”Sì, ma io vivo qui e qui la “convenzione” impone determinati canoni”. E’ vero, ma entro certi limiti  sottostare ad una imposizione è anche una scelta personale, quindi dobbiamo valutare anche la nostra responsabilità e complicità nel gioco; inoltre la natura raramente ci crea belli, siamo tutti più o meno fisicamente imperfetti e quindi siamo in buona compagnia. Non siamo soli, e siamo la maggioranza. Allora se proprio dobbiamo fare qualche  ritocco, proviamo a ritoccare l’interno, perché se è vero che quella taglia 46 è impossibile da ridurre, dentro noi stessi abbiamo possibilità di manovra immense. L’armonia parte anche, e direi soprattutto, da lì ed è uno strumento di seduzione eccezionale, perché non ingrassa, non invecchia e anzi, con il tempo, tende a migliorare non solo noi stessi, ma anche le persone che hanno la buona sorte  di entrare in contatto con noi.</p>
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		<title>Sono finite le vacanze</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 06:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpo & Mente]]></category>
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		<description><![CDATA[          Dopo la pausa estiva  vorrei proporvi  qualche riflessione sulle vacanze, o meglio, sul concetto di vacanza. Iniziamo dall’etimologia della parola  che deriva dal latino vacàntia,  a sua volta derivato da vàcans  participio presente di vacàre, il cui significato è  essere vacuo, sgombro, libero. Possiamo quindi affermare che “essere in vacanza”  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> </p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/aquilone-al-tramonto.png"><img class="size-full wp-image-1331 aligncenter" title="aquilone-al-tramonto" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/aquilone-al-tramonto.png" alt="" width="477" height="286" /></a> </p>
<p> </p>
<p>Dopo la pausa estiva  vorrei proporvi  qualche riflessione sulle vacanze, o meglio, sul concetto di vacanza. Iniziamo dall’etimologia della parola  che deriva dal latino vacàntia,  a sua volta derivato da vàcans  participio presente di vacàre, il cui significato è  essere vacuo, sgombro, libero.<span id="more-865"></span><br />
Possiamo quindi affermare che “essere in vacanza”  è sinonimo di uno stato di libertà. Ma è proprio così?<br />
Pensiamo alle ferie estive appena trascorse e chiediamoci quanto siamo stati liberi, ma liberi davvero. La libertà è poter stare a casa a dormire, è andare in bicicletta   tutto il giorno, è leggere un libro, è anche libertà di isolarsi e non voler sostenere relazioni, e ancora libertà di stare in silenzio a pensare. Insomma la libertà  vacanziera è prima di tutto libertà di riappropriarsi di sé, della propria vita e “vivere”. Le nostre vacanze ci regalano  davvero di tutta questa meravigliosa libertà?<br />
Siamo consapevoli che il nostro tempo libero, in generale, ha subito un processo di omogeneizzazione e standardizzazione, per cui ci  vengono offerti “riempitivi di massa del tempo libero” e questo diviene ancor più evidente durante i periodi  di ferie. Nelle località balneari, nei villaggi turistici, nelle strutture ricettive in genere è un continuo intrattenere i  vacanzieri con spettacoli, spettacolini, concorsi e concorsini, manifestazioni, giochi da spiaggia, ginnastica, balli,  con una netta  separazione fra attività di intrattenimento dedicate agli adulti e quelle dedicate ai bambini.  Non si vuole qui  criticare questo  genere di intrattenimenti, perfetti per chi li desidera,  piuttosto si pone la questione  se e quanto sia possibile evitarli qualora non se ne senta il desiderio.</p>
<p>Se ci pensate bene questa gestione del tempo libero riproduce i tempi e i ritmi della vita lavorativa. Tanto per incominciare non si è mai liberi di stare in pace, si è costantemente stimolati a fare qualcosa o comunque si è sottoposti a musica, messaggi, informazioni  a ciclo continuo.   Le famiglie poi  perdono l’unico vero importante momento di relazionalità familiare nel corso di un intero anno di vita,  i bambini passano dalla scuola all’estate ragazzi,  per finire  al baby park del villaggio, albergo o campeggio che sia.<br />
A quando, dunque,  il dialogo profondo,  la circolazione degli affetti dentro la famiglia?<br />
Se vacanza è libertà, se è vuoto che dovremmo essere padroni di riempire (o di non riempire) secondo i nostri desideri, credo sia abbastanza evidente che libertà ne è rimasta poca. Ciascuno di noi dovrebbe essere libero di progettare e realizzare la vacanza più consona ai propri bisogni interiori, ma troppo spesso tutto è precostituito e organizzato secondo il modello della “massificazione”. Tutto l’anno “massa di lavoratori e consumatori” e per quelle poche settimane diventiamo “massa di vacanzieri e consumatori”, trattati e “gestiti” con le medesime regole di fondo. Non è facile svincolarsi dalle regole del sistema. Qualcuno dirà che   se la massa vuole questo è giusto che questo sia, ma nessuno ci ha mai chiesto cosa ne pensiamo veramente, e comunque non credo che questo processo di massificazione renda giustizia delle profonde differenze individuali che connotano ognuno di noi.<br />
E’ indubbio  che  questo sistema   comincia a mostrare crepe  vistose.<br />
Se è vero che molti vivono con serenità e appagamento il tempo libero, per  molti altri la vacanza rappresenta uno stress ulteriore ed aggiuntivo a quello della quotidianità lavorativa, al punto che il solo pensiero delle ferie è vissuto come   disturbante. Vi sono anche quelli  che  in vacanza non “sanno” vivere, non vedono l’ora di ritornare al lavoro e poi altri che  ritornano a casa più stanchi e stressati di quando sono partiti.<br />
La vacanza al “femminile”, poi,   è spesso troppo uguale alla vita quotidiana di sempre, con gli stessi impegni e  le stesse responsabilità, altro che libertà!<br />
Il disagio legato alle vacanze può avere  cause molto concrete e “reali”, ma in altri casi  si lega ad  un malessere  esistenziale più profondo: mi viene in mente  chi  vive esclusivamente per il lavoro e ha perso la capacità di fermarsi, di  essere “solamente” se stesso, di riscoprire il piacere di una vita più ludica e allora si porta il notebook sotto l’ombrellone o in crociera e continua a lavorare;    poi c’è  chi non riesce  a gestire la realtà familiare e si  percepisce come un “pesce fuor d’acqua” quando l’interazione con il/la partner e i figli rischia di essere più assidua e ravvicinata.Penso anche alle persone sole,  che durante l’anno vivono una socialità e gruppalità apparentemente appagante  ma che percepiscono il periodo di ferie come  solitudine incombente. E’ chiaro che non ci riferiamo qui  ai single convinti, felici e appagati, ma a tutte quelle persone che soffrono per la propria solitudine.</p>
<p> Dunque abbiamo detto all’inizio che l’etimologia della parola “vacanza” rimanda a libertà ma anche a “vuoto” e abbiamo visto che la libertà scarseggia, il vuoto spaventa per cui paghiamo a caro prezzo qualcuno che lavori per riempirlo al posto  nostro.  Abbiamo delegato ad altri il compito di gestire un importante pezzo della nostra vita. <br />
La vacanza dovrebbe essere il tempo della  ri-armonizzazione  di ciascuno noi con se stesso e con i propri affetti e forse proprio questo  fa paura e genera ambivalenza: da un lato ne sentiamo il bisogno profondo, dall’altro siamo così disabituati alla percezione di noi stessi e di chi ci è accanto, tanto da provare ansia.<br />
Qualche settimana fa, quando i reportage sulle ferie degli Italiani erano quotidiani, un dato mi ha particolarmente colpito: è in aumento il numero di persone che scelgono di spendere il periodo di vacanza in solitudine, nei monasteri. Si tratta spesso di persone giovani  e questo deve far riflettere, vuol dire che la domanda e la ricerca di libertà, e di vuoto,  stanno crescendo e sono  sempre più sentite.<br />
Queste poche riflessioni  non hanno alcun intento pedagogico,  non si vuole insegnare a nessuno come va vissuto il  proprio tempo; piuttosto si voleva  riaccendere  un sano  sentimento di protagonismo nella gestione del tempo libero, un tempo che è profondamente nostro, nel quale possiamo dare veramente spazio a noi stessi. Lo abbiamo detto già altre volte, questo nostro modo di vivere tende a depredarci delle nostre capacità migliori, ma abbiamo anche le risorse per rimediare, e un buon inizio è ascoltarsi. Provate a farlo la prossima volta che dovrete progettare il vostro tempo libero.<br />
Come di consueto  i vostri pensieri saranno graditi.</p>
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		<title>LA SOFFERENZA (sventura o risorsa?)</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2009 22:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[          Non lasciatevi spaventare dal titolo, ma abbiamo parlato dei problemi legati al corpo e alla relazione e non possiamo negare che un collegamento con la sofferenza esiste. Prima di tutto definiamo in quale cornice ne parleremo: escluderemo la sofferenza fisica, quella legata alle malattie del corpo in senso stretto, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/05/ragazza-pensierosa.jpg"><img class="size-full wp-image-2508 alignleft" title="42-15211678" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/05/ragazza-pensierosa.jpg" alt="" width="387" height="480" /></a></p>
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<p>Non lasciatevi spaventare dal titolo, ma abbiamo parlato dei problemi legati al corpo e alla relazione e non possiamo negare che un collegamento con la sofferenza esiste. Prima di tutto definiamo in quale cornice ne parleremo: escluderemo la sofferenza fisica, quella legata alle malattie del corpo in senso stretto, e quella legata alle patologie psichiche, per rivolgere la nostra attenzione a quella che definirei &#8220;esistenziale&#8221;, comunque non meno importante e, a volte, drammatica.<span id="more-2507"></span> Se provate a darne una definizione , sicuramente, ne troverete moltissime: si soffre per un amore non corrisposto, per un obiettivo non raggiunto, per le difficoltà economiche, per il dolore provato da una persona cara e così via, ma in questo modo non abbiamo dato una definizione, ci siamo limitati ad elencare alcune situazioni che la provocano. Spingendo oltre il pensiero scopriamo che la sofferenza si manifesta ogni volta che la realtà, o la nostra percezione della realtà, non corrispondono al nostro modello mentale di come le cose dovrebbero essere. Tutti siamo alla ricerca di gratificazioni, di situazioni piacevoli, tutti desideriamo che l&#8217;ambiente intorno a noi sia pregno di sensazioni ed emozioni positive e che quel nostro stato di equilibrio, così raramente e faticosamente raggiunto, perduri.<br />
Ogni qualvolta questa realtà ideale entra in collisione con la &#8220;realtà&#8221; , soffriamo.<br />
Potremmo dire che la sofferenza è genericamente collegata a vissuti di perdita, oppure di deprivazione rispetto a certi bisogni percepiti come importanti, fondamentali o, ancora, di fallimento quando diciamo a noi stessi &#8220;non sono in grado&#8221; &#8220;non ce l&#8217;ho fatta&#8221;. Questi vissuti, con tempi e modalità soggettivamente differenti, ci accomunano tutti, quindi una certa quota di dolore è direttamente connessa con il vivere ed è pertanto inevitabile.<br />
Preso atto di questo, dato che non vogliamo cedere né all&#8217;autocommiserazione né alla disperazione, possiamo provare a trasformare la sofferenza in un&#8217; alleata, usandola a nostro vantaggio e imparando una non facile convivenza.<br />
Ritornando al quesito posto dal titolo è certamente vero che la sofferenza, così di primo acchito, viene vissuta negativamente, però è anche vero che con essa siamo cresciuti, maturati e abbiamo migliorato la nostra &#8220;attrezzatura esistenziale&#8221;.<br />
Per illustrare meglio il senso di questo discorso, permettetemi una piccola digressione su alcuni aspetti della crescita psicologica dei bambini. Ogni dolore, ogni frustrazione, ogni delusione fanno soffrire ma, nel contempo, rendono il bambino più forte, più autonomo. Certo, è importante che queste emozioni negative siano sopportabili e, soprattutto, che non vengano vissute dal bambino in solitudine, ma all&#8217;interno di un ambiente affettivamente ricco che lo aiuti ad elaborarle. Molti anni fa il primo giorno di scuola materna rappresentava un evento traumatico: il bambino veniva condotto all&#8217;asilo, e lì lasciato. Non esisteva alcuna forma di inserimento graduale. Questo è un esempio di emozione negativa poco sopportabile e vissuta in solitudine, in un ambiente estraneo, in compagnia di adulti sconosciuti e con un profondo senso di abbandono e disperazione. Oggi non è più così eppure, nonostante le mille cautele, per il bambino si tratta comunque di un distacco dalle figure affettivamente rilevanti, distacco che genera una certa quota di dolore. Ma è anche attraverso momenti come questi che una creatura totalmente dipendente dagli altri, diviene una persona adulta, autonoma, capace di mandare avanti la propria vita. Evitare sempre i dolori, le frustrazioni, le delusioni impedisce lo sviluppo, alimenta la dipendenza e rende fragili. Vedete? Ogni dolore ha anche una contropartita, si perdono delle cose ma se ne acquistano altre.<br />
Sia chiaro che questo non è un invito alla sofferenza, ben vengano la ricerca ed il perseguimento della propria armonia interiore ed esteriore, tuttavia può essere riequilibrante raffrontare i danni subiti con ciò che si è ottenuto in cambio. I nostri modelli culturali ci spingono verso una pericolosissima fuga dalla sofferenza, alla ricerca di &#8220;pillole della felicità&#8221; (quale che sia la loro forma e sostanza), mettendo in atto l&#8217;evitamento di tutto ciò che può essere &#8220;negativo&#8221; (persone, situazioni, ecc) in una costante e sfiancante fuga in avanti. Ma il culmine viene raggiunto con la negazione, perché se l&#8217;evitamento è un allontanamento fisico da situazioni dolorose, la negazione è un meccanismo di difesa psicologico che impedisce la percezione del dolore.<br />
L&#8217;evitamento è rivolto all&#8217;esterno, la negazione agisce all&#8217;interno e dall&#8217;interno. Alla minima avvisaglia di dolore ecco che questo viene negato:&#8221;Non è vero! Va tutto benissimo!&#8221;. E&#8217; così che il dolore negato scava dentro di noi, consumandoci dall&#8217;interno e trasformandoci in una &#8220;corazza&#8221; vuota, o genera altro dolore, che viene nuovamente negato, mentre ci consumiamo un po&#8217; alla volta.<br />
La sofferenza, quando ci si presenta, va vissuta, accolta in sé, &#8220;sentita&#8221;, lasciata parlare e poi va fatta decantare: bisogna prendersi il &#8220;tempo per soffrire&#8221;, solo così si può stare meglio. Questo &#8220;tempo per soffrire&#8221; non è il tempo del masochismo e non serve per crogiolarsi nel proprio dolore, anzi è il tempo della &#8220;riparazione&#8221;: ci serve per capire, accettare, elaborare cercando e ritrovando un &#8220;senso delle cose&#8221; che il dolore ci fa smarrire. Lavorare sulla nostra sofferenza, a volte, ci può aiutare a comprendere che è il nostro modo di rappresentare la realtà ad essere doloroso, oppure che siamo noi stessi a metterci in situazioni dolorose, quasi non potessimo farne a meno. In questi casi riuscire ad acquisire una diversa prospettiva, spostando anche di poco il proprio punto di osservazione, può portare a cambiamenti di notevole portata. Non tutti disponiamo delle stesse risorse pero, quindi la sofferenza sia nostra che altrui va maneggiata con cura, perché può rendere più forti, più &#8220;abili&#8221; alla vita, ma può anche essere devastante soprattutto se vissuta in condizioni di isolamento e solitudine. Prendersi del tempo per ascoltare la sofferenza può renderci migliori, aumentando le nostre risorse e, nel contempo, farci scoprire che ciascuno di noi può rappresentare una risorsa per l&#8217;altro e viceversa.<br />
Come sempre, se vorrete esprimere i vostri pensieri, sarete le benvenute.</p>
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		<title>In parole povere&#8230;&#8230;povere parole!</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Apr 2009 23:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Certo che pare proprio un controsenso. Viviamo nell'epoca della scolarizzazione di massa, eppure il linguaggio si sta impoverendo sempre più. Tralasciamo per un momento la lingua dei "cellulari" e del "web", connotata da abbreviazioni orrende e errori grammaticali e sintattici macroscopici, e guardiamo all'italiano "colto", quello dei quotidiani, dei libri, delle tesi universitarie, ecc. Per la mia generazione figlia del maestro unico, del latino alle scuole medie, delle poesie imparate a memoria è evidente la drastica riduzione dei vocaboli usati nella comunicazione contemporanea, sia verbale che scritta, e l'altrettanto drastica riduzione delle forme verbali usate. Non si tratta di una mera semplificazione del linguaggio ma di un vero e proprio impoverimento linguistico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p style="text-align: center;"> <a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/04/discorsi.jpg"><img class="size-full wp-image-2371 aligncenter" title="discorsi" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/04/discorsi.jpg" alt="" width="500" height="375" /></a></p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Certo che pare proprio un controsenso. Viviamo nell&#8217;epoca della scolarizzazione di massa, eppure il linguaggio si sta impoverendo sempre più. Tralasciamo per un momento la lingua dei &#8220;cellulari&#8221; e del &#8220;web&#8221;, connotata da abbreviazioni orrende e errori grammaticali e sintattici macroscopici, e guardiamo all&#8217;italiano &#8220;colto&#8221;, quello dei quotidiani, dei libri, delle tesi universitarie, ecc. Per la mia generazione figlia del maestro unico, del latino alle scuole medie, delle poesie imparate a memoria è evidente la drastica riduzione dei vocaboli usati nella comunicazione contemporanea, sia verbale che scritta, e l&#8217;altrettanto drastica riduzione delle forme verbali usate. Non si tratta di una mera semplificazione del linguaggio ma di un vero e proprio impoverimento linguistico.<span id="more-2370"></span></p>
<p align="justify">L&#8217; Italiano è ricco di vocaboli che spesso e solo apparentemente paiono sinonimi, in realtà l&#8217;uso di una parola al posto di un&#8217;altra può modificare sostanzialmente il senso di una frase. Bene lo sanno i giuristi, per i quali l&#8217;esigenza di chiarezza e di fugare il più possibile qualsiasi ambiguità interpretativa spinge ad una ricerca meticolosa del vocabolo appropriato.</p>
<p align="justify">Al di là del discorso prettamente linguistico, la rivoluzione che sta investendo il linguaggio ha rilevanti risvolti psicologici. Ogni parola sta a definire ed identificare un concetto, ogni concetto è un costrutto mentale che rende rappresentabile e riconoscibile a livello cognitivo e di pensiero, un oggetto, una situazione, un fatto. Ogni volta che viene perduto un vocabolo, il nostro panorama mentale delle rappresentazioni del mondo esterno ed interno a noi si riduce, per cui quando ci troveremo di fronte a &#8220;quella cosa lì&#8221; non saremo in grado di rappresentarcela e sarà un po&#8217;come essere alieni nel nostro stesso mondo. Non solo, ma l&#8217;impossibilità di concepire qualcosa ne rende impossibile la comprensione, con un conseguente impoverimento dei processi di pensiero e quindi, alla fine, il cervello è sempre meno &#8220;allenato&#8221;. L&#8217;ambiguità della comunicazione aumenta e proporzionalmente crescono le difficoltà di capirsi, per cui si innescano continui conflitti fondati su malintesi e fraintendimenti che comportano un vero e proprio logorio psicologico. La stanchezza è tale da spingere ad un ulteriore isolamento e a rinunciare alla comunicazione vera che diviene sempre più, di fatto, una &#8220;comunicazione di servizio&#8221;.</p>
<p align="justify">La perdita delle preziosissime differenze lessicali e lo scivolamento verso una forzata e misera omologazione linguistica, mutuata dall&#8217;informatica e dall&#8217;inglese, determina un impoverimento esistenziale e un ritorno a forme di comunicazione più primitive. Fateci caso, ma quanta gente oggi non chiede più &#8220;permesso&#8221; per passare, spintona e va avanti. Non è solo un fatto di costume (o meglio mal-costume) ma indica un atteggiamento psicologico preciso, in base al quale con gli altri non si parla ma li si sposta come oggetti che intralciano il cammino. Questa, come detto prima, alienazione rispetto al proprio mondo di riferimento si riverbera su tutta una serie di comportamenti con risvolti anche drammatici.</p>
<p align="justify"> Il non riuscire a rappresentarsi mentalmente come parte di un tutto inevitabilmente collegato, fa sì che non sia un problema travolgere con l&#8217;automobile un pedone e poi andare in birreria a bere con gli amici. In un contesto in cui il linguaggio non si fonda più sulla corrispondenza fra concetti e parole, concetti quali Morte, Omicidio, Colpa, Responsabilità (che non possono essere miseramente condensati in aride stringhe di acronimi del tipo T.V.TT.B.) divengono non rappresentabili, un po&#8217; alla volta scompaiono dal panorama mentale degli individui entrando nel regno della non esistenza.</p>
<p align="justify"> Parimenti la condensazione delle emozioni e dei sentimenti in stringhe di acronimi testimonia del poco investimento affettivo: gli affetti, per loro natura, hanno bisogno di tempo e di parole, quattro lettere e quattro punti indicano un investimento all&#8217;insegna del &#8220;risparmio&#8221; e della fretta. Scarsità di impegno e fretta uccidono la relazione, perché se è vero che troppe parole possono far male è altrettanto vero che la penuria di parole rende miseria la relazione stessa. A questa legge dell&#8217;impoverimento non sfugge neppure il presunto linguaggio &#8220;colto&#8221; della stampa, soprattutto dell&#8217;informazione quotidiana. Frasi fatte, preconfezionate, per cui c&#8217;è sempre la &#8220;morsa del freddo&#8221;, &#8220;l&#8217;esodo dei vacanzieri&#8221;, &#8220;la vacanza mordi e fuggi&#8221;, &#8220;l&#8217;Italia a due velocità&#8221; e potrei andare avanti all&#8217;infinito.</p>
<p align="justify">Eppure abbiamo tantissimi strumenti per non lasciarci andare a questo stato di cose: esistono ancora buoni libri, ben scritti, esistono ancora buoni insegnanti che danno ricchezza linguistica e culturale ai loro allievi, esistono ancora giornalisti che sanno incantare per la bellezza dei loro scritti, e quindi sta a noi non fare scelte fondate sulla pigrizia e il disimpegno. Potreste divertirvi a leggere ed ascoltare con atteggiamento più critico e attento proprio per smascherare questa tendenza, tenendo presente che il linguaggio che &#8220;l&#8217;altro&#8221; adopera è fortemente rivelatore dei suoi processi mentali ed è da questi che discendono gli atteggiamenti ed i comportamenti. Inoltre chi possiede un linguaggio ricco e ben strutturato detiene una risorsa potentissima che, se non condivisa da tutti, può divenire un vero e proprio strumento di potere sugli altri.</p>
<p align="justify">Saluti e buone parole a tutte.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify"> </p>
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		<title>La relazione: che cos&#8217;è?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 23:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpo & Mente]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel nostro precedente incontro abbiamo parlato del corpo e delle sue molteplici valenze, accennando ai temi della relazione e della solitudine.

Vorrei approfondire con voi proprio il tema della relazione, nota dolente nella nostra società ipertecnologica dei mezzi di "comunicazione" di massa. 
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/03/donnadeserto.jpg"><img class="size-full wp-image-2104 aligncenter" title="walk in the desert" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/03/donnadeserto.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Nel nostro precedente incontro abbiamo parlato del corpo e delle sue molteplici valenze, accennando ai temi della relazione e della solitudine.</p>
<p align="justify">Vorrei approfondire con voi proprio il tema della relazione, nota dolente nella nostra società ipertecnologica dei mezzi di &#8220;comunicazione&#8221; di massa.</p>
<p align="justify">Cerchiamo di capire che cos&#8217;è la relazione: non è possibile darne una definizione univoca poiché, come il corpo, è caratterizzata da una pluralità di elementi. L&#8217;unica certezza è che non è possibile non entrare in relazione con il mondo esterno e con le altre persone dato che, paradossalmente, anche il rifiuto della relazione è un derivato della relazione stessa; ma senza entrare in un ambito troppo &#8220;sottile&#8221; vorrei parlare della relazione nella quotidianità, con i familiari, i colleghi di lavoro, le persone con cui entriamo in contatto ogni giorno. <span id="more-2103"></span></p>
<p align="justify">E&#8217; evidente che, nella nostra società, la relazionalità è fortemente problematica, pregna di ansie, difficoltà, aggressività latente, difficoltà di comunicazione. Siamo chiamati a vivere ed &#8220;utilizzare&#8221; una molteplicità di &#8220;sé&#8221; nei diversi contesti della nostra vita:un sé quando siamo genitori, un altro quando siamo figli, un altro ancora quando siamo con il/la partner e così quando siamo con i colleghi di lavoro, ecc., in sostanza un sé diverso per ogni ruolo che dobbiamo ricoprire. In una società complessa come quella attuale, dobbiamo sfaccettare la nostra vita su fronti diversi spesso antitetici; questa continua differenziazione e moltiplicazione dei sé, comporta un sistematico e oneroso lavoro di sintesi, per non perdere quel senso della nostra unità così fondamentale per il nostro equilibrio. E&#8217; un lavoro molto difficile, il cui risultato è sempre un compromesso imperfetto. Voi direte:&#8221;Ma che attinenza ha tutto ciò con la relazionalità?&#8221; L&#8217;elemento di collegamento è il piano dell&#8217;autenticità. Ovvero proponendo sé diversificati a seconda del contesto, ognuno di noi ha il problema di sapere chi è l&#8217;altro veramente e quanto ci si può fidare.</p>
<p align="justify">La relazione è divenuta sempre più mediata, falsata, artefatta, mancante di autenticità ed estremamente debole, fragile, &#8220;fluida&#8221;. La sfiducia è la regola. La sfiducia spinge al disinvestimento affettivo, alla finzione, alla menzogna sistematica. L&#8217;uomo moderno non entra in relazione con gli altri, ma &#8220;galleggia sul pelo dell&#8217;acqua&#8221;, stringendo mani, regalando sorrisi, baci, abbracci, spesso mere attività muscolari arelazionali. &#8220;Niente di nuovo sotto il sole&#8221;: ipocrisia e falsità hanno da sempre connotato la storia dell&#8217;umanità. Cosa c&#8217;è di diverso oggi? Stiamo procedendo sulla strada della deumanizzazione. Non ci riconosciamo più, l&#8217;un l&#8217;altro, come esseri umani, per cui non sappiamo immedesimarci e non entriamo in relazione autenticamente.</p>
<p align="justify">Vi faccio alcuni esempi nei quali, credo, vi riconoscerete un po&#8217; tutti: il pedone che deve attraversare la strada non è un altro essere umano che va al lavoro, o a prendere i figli a scuola, o a fare la spesa, è &#8220;un ostacolo&#8221; che mi allontana dalla mia meta, unica cosa importante.</p>
<p align="justify">Ho assistito a scene agghiaccianti come questa: molte automobili ferme in coda per diversi minuti ad un attraversamento pedonale molto trafficato; un automobilista ha abbassato il vetro e ha gridato al primo della fila:&#8221;Ma mettili sotto! Vai avanti!&#8221;. Questo è. La deumanizzazione spinge alla violenza, all&#8217;aggressività che tuttavia, paradossalmente e in senso molto negativo, indicano che un barlume di relazione permane.</p>
<p align="justify"> La tappa finale di questo processo è l&#8217;indifferenza accoppiata all&#8217;egocentrismo: non esiste niente al di fuori di me. Dobbiamo arrenderci a tutto questo? No! Arrendersi mai! Dobbiamo ammettere queste difficoltà ci appartengono e sono fra le cause del nostro malessere (quel famoso disagio diffuso dell&#8217;uomo moderno); la soluzione non può che partire da noi stessi. Riscoprire quel coraggio di rischiare che è lì, soltanto sopito. In fondo non è così difficile se pensiamo che non rischiando nulla abbiamo la certezza di continuare a vivere male, accettando il rischio di investire in relazioni autentiche, vere,sentite, potremmo essere rifiutati, traditi, abbandonati, delusi, ma anche accettati, amati,compresi. La scelta è fra la certezza del &#8220;nulla&#8221; e il rischio di vivere: già perché la vita è rischio perenne. Siamo tutti abbastanza consapevoli di questo, ci manca la forza di reagire anche perché ciascuno di noi si sente solo, isolato. I mezzi di comunicazione di massa, spesso intenzionalmente, ci propinano solo le brutture di questo mondo, alimentando la sfiducia, il disimpegno, il senso di solitudine e la paura generalizzata, ma dobbiamo sapere che nostre capacità relazionali più profonde rappresentano uno degli elementi costitutivi del nostro essere umani, sono un patrimonio comune e immenso del quale aver cura.</p>
<p align="justify">Se lo desiderate, inviatemi le vostre riflessioni.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Con le migliori intenzioni&#8230;&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Dec 2008 20:04:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpo & Mente]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>

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		<description><![CDATA[      &#8230;quanti danni si possono fare? In qualunque situazione della vita, nel rapporto con qualsiasi persona, ma sarebbe impossibile e dispersivo tentare di esaminare tutte le possibili variabili, così mi riferirò ad una relazione molto intensa e particolare, quella fra genitori e figli. Sì, perché è proprio lì che le &#8220;migliori intenzioni&#8221; sottendono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> </p>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2008/12/family.jpg"><img class="size-full wp-image-631 aligncenter" title="family" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2008/12/family.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p> </p>
<p>&#8230;quanti danni si possono fare? In qualunque situazione della vita, nel rapporto con qualsiasi persona, ma sarebbe impossibile e dispersivo tentare di esaminare tutte le possibili variabili, così mi riferirò ad una relazione molto intensa e particolare, quella fra genitori e figli. Sì, perché è proprio lì che le &#8220;migliori intenzioni&#8221; sottendono i comportamenti e le scelte. Voglio sgomberare subito il campo da un possibile equivoco: questo non è uno scritto critico nei confronti dei genitori, più semplicemente vuole essere uno stimolo alla riflessione, all&#8217;interrogativo interiore nel tentativo di attenuare le conseguenze degli inevitabili errori educativi.<span id="more-630"></span></p>
<p>La generazione che oggi ha dei figli adolescenti è nata, in maggioranza, fra gli anni ‘50 e ‘60, in un&#8217;epoca in cui la famiglia e il tessuto di relazioni in seno ad essa erano estremamente differenti da quelli di oggi. I ruoli genitoriali erano molto più differenziati e marcati e, nel contempo, anche il ruolo dei figli era ben delineato e direi anche &#8220;delimitato&#8221; da una serie di regole e divieti, per cui l&#8217;adulto era comunque una figura forte e d&#8217;autorità e il giovane una figura assoggettata al mondo dei &#8220;grandi&#8221;, alle sue regole e richieste.</p>
<p>Quei bambini di allora, oggi genitori, hanno risentito di un certo distacco, di una certa rigidità nel rapporto parentale, in molti casi con vissuti di vera e propria carenza affettiva. Quei genitori lì, d&#8217;altro canto, erano animati da ottime intenzioni e ritenevano che una disciplina rigida, una scarsa concessione alla tenerezza, alla comprensione, al sostegno rendessero i figli più forti e capaci di cavarsela nella vita, una volta divenuti adulti. I figli però ne hanno sofferto e, per non ripetere quegli &#8220;errori&#8221; ma anche in funzione dei nuovi modelli educativi e pedagogici, hanno completamente cambiato rotta inondando di tenerezza, ascolto, sostegno e comprensione i propri figli. Risultato? Sicuramente un&#8217;infanzia spesso &#8220;da sogno&#8221;, una favola vissuta in un ambiente superprotetto, pieno di amore, coccole, comprensione, aiuto, con delle figure genitoriali sempre schierate dalla parte dei figli, pronte ad ascoltare, accontentare, sostenere di fronte a qualsiasi difficoltà. Si pensava che, con questo approccio relazionale ed educativo, le nuove generazioni sarebbero state meno frustrate, più serene, con meno insicurezze e meno aggressività.</p>
<p>Ciò che vediamo intorno a noi spesso non conferma queste aspettative. L&#8217;anima di molti dei nostri adolescenti mostra i segni della noia, della scontentezza cha apparentemente non ha cause ma pare pervadere ogni aspetto della loro vita; sono pieni di insicurezze e paure, incapaci di emanciparsi fisicamente, ma soprattutto psicologicamente, dai genitori. Quando divengono adulti (sì perché a 25, 30 anni si è adulti anche se nel nostro mondo distorto si è &#8220;ragazzi&#8221;anche a 50) continuano a vivere come degli adolescenti e in certi casi come dei bambini. Hanno sempre bisogno di chiedere qualcosa ai genitori, non prendono in mano il timone della propria esistenza rimandando all&#8217;infinito l&#8217;ingresso nell&#8217;&#8221;adultità&#8221;. Così, frequentemente, i nonni accudiscono i nipoti, gestiscono la casa dei figli provvedendo alla spesa, alle pulizie, al bucato e così via, complici e nel contempo concausa di un rapporto di continua dipendenza giustificato dalle migliori intenzioni.  Tutto sarebbe perfetto se questi nonni fossero eterni ed eternamente in forze, ma sappiamo bene che così non è.</p>
<p> Il principio di realtà si impone e ci impone la consapevolezza che questi non più giovani genitori, prima o poi non potranno più essere così efficienti e magari avranno bisogno di aiuto. Quando ciò accade i figli, non abituati ad essere pienamente responsabili di sé, delle proprie scelte e della propria esistenza, si sentono perduti.</p>
<p>Questo meccanismo presenta un&#8217;anomalia di fondo: è giusto aiutare i propri figli, ma l&#8217;aiuto deve essere finalizzato a dare e generare autonomia, creando persone adulte, indipendenti, il più possibile libere e capaci di muoversi nel mondo cavalcando le onde della vita. Un eccesso di aiuto genera rapporti di mera dipendenza, assolutamente negativi. Il pensiero comune:&#8221;Finché ci siamo noi i nostri figli non devono avere problemi, quando non ci saremo più, pazienza&#8221;, è egoistico e miope allo stesso tempo.</p>
<p> E&#8217; egoistica l&#8217;autogratificazione che se ne ricava sentendosi indispensabili e onnipotenti, miope l&#8217;illusione indotta che la vita sia &#8220;facile&#8221;. Non lo è mai, prima o poi la consapevolezza arriva e se non si è allenati il trauma è davvero forte.</p>
<p>A quel punto, dover cambiare l&#8217;impianto consolidato della propria vita, in età ormai adulta, richiede una forza e uno sforzo doloroso enormi. Un percorso educativo meno &#8220;aiutante&#8221;, che lasci spazio per una moderata frustrazione e per piccole esperienze dolorose, faciliterebbe l&#8217;acquisizione delle abilità necessarie a gestire la propria esistenza, comportando una fortificazione psicologica del giovane individuo.</p>
<p>Fino a questo punto abbiamo parlato della famiglia nel suo complesso, ma vorrei ora chiamare direttamente in causa proprio voi, le donne coinvolte con ruoli diversi in questa rete di relazioni.</p>
<p> Avete una grande responsabilità, purtroppo non ancora paritariamente condivisa con gli uomini della famiglia (posto che ciò sia davvero possibile data la diversità delle premesse di partenza); creare un bambino e partorirlo è solo il primo passo e, direi, quello meno difficile, dopo lo si ripartorisce psicologicamente mille e mille volte &#8220;formandolo&#8221;, o perlomeno provandoci, fra dubbi e difficoltà data l&#8217;enormità del compito. E&#8217; importante tenere presente che l&#8217;obiettivo fondamentale, l&#8217;imperativo biologico e psicologico di fondo, è far sì che i figli si autonomizzino dai genitori pur mantenendo quel legame parentale stretto e indissolubile. Mettete al servizio di questo imperativo le vostre migliori intenzioni e a tal fine può essere utile un suggerimento. Quando siete in procinto di fare qualcosa per i vostri figli domandatevi se possono farcela autonomamente, se è davvero indispensabile agire al loro posto oppure se non è semplicemente più &#8220;comodo&#8221;. Se giungete alla conclusione che possono farcela da sé, abbiate il coraggio di farvi da parte e lasciateli fare. Riuscire da soli in un&#8217;impresa, anche piccola, sarà per loro immensamente gratificante e, da parte vostra, avrete la soddisfazione di aver fatto buon uso delle vostre migliori intenzioni.</p>
<p align="justify">Saluti a tutte e Auguri di Buone Feste.</p>
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		<title>Donne e violenza</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 21:16:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpo & Mente]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[                      Non sarà l&#8217;ennesimo scritto che riguarda la violenza perpetrata sulle donne. Parleremo della violenza delle donne, quella violenza al femminile che sempre più spesso la cronaca ci racconta, ma anche quella che tutti noi possiamo quotidianamente osservare. Volutamente tralasceremo i casi di maggior risonanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/pugno.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-1303" title="PE-259-0189" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/pugno.jpg" alt="" width="340" height="480" /></a> </p>
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<p>Non sarà l&#8217;ennesimo scritto che riguarda la violenza perpetrata sulle donne. Parleremo della violenza delle donne, quella violenza al femminile che sempre più spesso la cronaca ci racconta, ma anche quella che tutti noi possiamo quotidianamente osservare.<span id="more-207"></span></p>
<p>Volutamente tralasceremo i casi di maggior risonanza giornalistica ed emotiva, pensiamo alle efferate donne di mafia e camorra, oppure alle crudeltà commesse dalle carceriere di Guantanamo o, ancora, all&#8217;orribile vicenda del piccolo Tommaso e a quelle di tante madri che uccidono i propri figli, per guardarci un po&#8217; intorno e scoprire cosa accade nella quotidianità. <!--more--></p>
<p>E&#8217; indubbio che l&#8217;aggressività femminile è in costante aumento: donne sempre più prepotenti, arroganti, portate all&#8217;adozione di condotte sempre più &#8220;maschili&#8221; improntate ad uno spirito di emulazione dello stereotipo più scontato e di basso livello della virilità. Già, perché osservando la realtà sembra che il femminismo abbia decisamente fallito i suoi obiettivi più importanti, ovvero l&#8217;affermazione dell&#8217;identità femminile, del pensiero e della concezione del mondo al femminile, per risolversi da un lato nella ripetizione sterile degli stereotipi del passato per cui &#8220;petto e coscia&#8221; fanno fare più strada di intelligenza, competenza e cultura e, dall&#8217;altro, nell&#8217;adozione delle peggiori condotte maschili.</p>
<p>Cosa è successo dunque? L&#8217;alternativa al modello maschile così aspramente e, in molti casi, giustamente criticato non c&#8217;è. Dal &#8220;vogliamo affermare la nostra identità in alternativa e complementarietà alla vostra&#8221; le donne sono approdate al &#8220;vogliamo essere come voi, fare quello che fate voi&#8221;. La morte dell&#8217;identità femminile.</p>
<p>Badate bene, non auspico il ritorno all&#8217; &#8220;angelo del focolare&#8221; e alle donne prive di pulsioni negative e pronte per la santità, ma penso ad anni e anni di &#8220;collettivi femministi&#8221; e di autocoscienza che sono finiti miseramente con donne stressate che lavorano fuori casa, in casa, sempre meno capaci di vivere l&#8217;affettività, insofferenti verso i figli, arrabbiate con il mondo e pronte a &#8220;scaricarsi&#8221; sempre e ovunque. Quindi donne portate alla violenza, ostili agli uomini ma nel contempo seduttuive spesso a fini puramente sessuali, insofferenti verso la famiglia, sempre meno desiderose di maternità perché i figli costituiscono un ostacolo all&#8217;affermazione del proprio narcisismo e alla realizzazione di un sé egocentrico.</p>
<p>Aggressive e strafottenti nella quotidianità, in automobile, al supermercato, in ufficio o nel condominio, pronte ad attaccare in maniera forte, brutale chiunque venga percepito come un intralcio ai propri piani. Un percorso stabile verso quella durezza, anaffettività, incapacità di coesione relazionale che ha caratterizzato il maschio per secoli e ora connota sempre più l&#8217;universo femminile.</p>
<p>Voi direte che le donne dovevano e devono essere così perché si muovono in una società ancora troppo maschilista, e quindi sono costrette a giocare con le medesime regole della controparte, però mi pare una giustificazione pretestuosa.</p>
<p>Il rapporto uomo donna è molto cambiato negli ultimi 30 anni: gli uomini sono cambiati, hanno imparato le regole dell&#8217;affettività, una paternità più responsabile, sono protagonisti attivi della dimensione familiare e, anche in ambito lavorativo nonostante ci sia ancora da fare, le donne hanno situazioni di maggiore parità rispetto ai colleghi. A dispetto di tutti questi progressi la rabbia è cresciuta, rivolta un po&#8217; verso tutto e tutti.</p>
<p>Dobbiamo distinguere due piani diversi ma complementari nella dinamica di questo fenomeno, uno sociologico poiché le donne vivono in una società fortemente competitiva e aggressiva, nonché frustrante, e quindi non sfuggono a quel generale aumento di aggressività che contraddistingue il tessuto e le relazioni sociali in genere; l&#8217;altro psicologico per cui il progressivo abbandono della propria identità femminile, mediante l&#8217;identificazioni con, e l&#8217; assunzioni di modelli comportamentali e mentali maschili promuove sempre più l&#8217;adozione di condotte violente.</p>
<p>Un esempio valga per tutti: il bullismo nelle scuole è sempre più un fenomeno al femminile; ancora una volta donne contro donne. Possibile che la storia si ripeta sempre uguale a sé stessa?</p>
<p>D&#8217;altra parte questa &#8220;mascolinizzazione&#8221; delle donne sta comportando di fatto una &#8220;femminilizzazione&#8221; degli uomini, e questo meccanismo potrebbe costituire un&#8217; enorme risorsa per rifondare in maniera veramente nuova i rapporti fra i sessi e la società tutta, ma c&#8217;è un grosso intoppo: le donne continuano ancora a guardare all&#8217;uomo come ad una creatura &#8220;naturalmente&#8221; privilegiata e continuano ancora ad essere in guerra per prenderne il posto. Così non si arriva da nessuna parte.</p>
<p>Le donne hanno davvero la possibilità e la forza di portare a compimento un profondo cambiamento sociale, ma anche un profondo cambiamento psicologico nel maschio e in sé stesse; in parte questo è già avvenuto, ma sembra che le lusinghe del potere e del denaro abbiano indebolito quella forza propulsiva iniziale fin quasi ad arrestarla, con il risultato che spesso le donne di potere si comportano peggio degli uomini di potere.</p>
<p>C&#8217;è un iniziale errore di prospettiva: dimostrare sempre che si è all&#8217;altezza se non migliori, dimostrare che si hanno &#8220;le palle&#8221;.</p>
<p>La premessa è dunque che chi le ha (fisiche o metaforiche) è migliore, eppure è un dato di fatto che questo millenario modello &#8220;muscolare&#8221; di gestione del mondo ha dato buoni risultati fino ad un certo punto, e comunque con prezzi altissimi in termini di vite umane, ma ad oggi ci sta trascinando verso una lenta e costante rovina perché non è nella mentalità maschile fermarsi, riflettere, fare un passo indietro o magari tornare indietro e cambiare strada. Il pensiero maschile è infatti molto lineare, parte da una premessa e arriva ad una conclusione che si traduce in azione; il pensiero femminile è circolare, riesce a considerare simultaneamente un numero di variabili superiore ed è capace di sospendere l&#8217;azione finché questo complesso lavoro di pensiero ed elaborazione non pare compiuto in modo soddisfacente.</p>
<p>La questione, dunque, non è dimostrare chi è il più forte poiché siamo tutti ugualmente impreparati di fronte alla vita e al mondo, ma mettere insieme i cervelli ricordando che le differenze (tutte) fra i sessi costituiscono una risorsa fondamentale per il benessere e la sopravvivenza della nostra specie.</p>
<p>Non fatevi ingannare, non rinunciate mai all&#8217;essenza più profonda della vostra femminilità, abbiamo ancora molto da fare insieme.</p>
<p>Buone vacanze a tutte</p>
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		<title>Voyeur voyeur</title>
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		<pubDate>Fri, 23 May 2008 21:23:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[    Ebbene sì siamo un popolo di guardoni. Ve ne sarete accorte anche voi, soprattutto nel periodo primaverile ed estivo quando tutti siamo un po&#8217; più svestiti. Tutti lì ad osservare e a criticare, il fisico, i vestiti, l&#8217;acconciatura , se poi c&#8217;è qualche chilo in più le critiche sono ancora più feroci, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> </p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/fuori-dalla-finestra.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1306" title="fuori-dalla-finestra" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/fuori-dalla-finestra.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a> </p>
<p>Ebbene sì siamo un popolo di guardoni. Ve ne sarete accorte anche voi, soprattutto nel periodo primaverile ed estivo quando tutti siamo un po&#8217; più svestiti. Tutti lì ad osservare e a criticare, il fisico, i vestiti, l&#8217;acconciatura , se poi c&#8217;è qualche chilo in più le critiche sono ancora più feroci, ma siamo solo noi italiani ad essere così o è un malcostume mondiale?<span id="more-209"></span></p>
<p>E&#8217; un dato di fatto che l&#8217;umanità al di là delle differenze etniche e culturali è accomunata da una serie di atteggiamenti corporei e mentali, tuttavia in base a quanto ho potuto osservare, direi che si tratta di un malcostume abbastanza nostrano.</p>
<p>Mi riferisco a quel modo di posare lo sguardo sulle altre persone alla ricerca del difetto, dell&#8217;imperfezione, quello sguardo a volte irridente, a volte di ipocrita compatimento che può avere conseguenze pesanti, tenuto conto che non è così piacevole essere costantemente &#8220;scannerizzati&#8221;, soprattutto quando non si ha un bel rapporto con il proprio corpo o comunque con sé stessi.</p>
<p>Le cause di questo nostro modo di essere sono molteplici, ma riconducibili a tre fattori fra loro interconnessi: come popolo siamo vittime di un certo provincialismo che limita le nostre vedute e di una certa mancanza di libertà del pensiero; dal punto di vista psicologico manteniamo una concezione egocentrica del mondo, per cui &#8220;come faccio io non fa nessuno&#8221; e &#8220;quel che penso io è sempre più giusto rispetto a ciò che pensano gli altri&#8221;.</p>
<p>I gusti individuali, però, sono strettamente personali e alla fine ognuno è, e deve essere, libero di seguire le proprie preferenze; non riconoscere a sé stessi e agli altri questo diritto fondamentale può tramutarsi in una vera e propria violenza psicologica.</p>
<p>In alcuni casi infatti si va oltre la critica estemporanea e, l&#8217;abbigliamento, l&#8217;acconciatura, addirittura le fattezze del corpo o del viso determinano come ci si pone verso un altro essere umano, sulla base di stereotipi e pregiudizi che portano ad una valutazione &#8220;a priori&#8221; di una persona in realtà del tutto sconosciuta. Queste errate conclusioni portano a dare fiducia a chi sa apparire nel modo &#8220;giusto&#8221; e a diffidare, addirittura ad escludere chi invece è fuori da certi canoni.</p>
<p>Avevamo già sottolineato in precedenza il prepotente bisogno delle persone di essere accettate dagli altri e, proprio in ragione di tale bisogno, si scatena la corsa all&#8217;inganno e al &#8220;travestimento mimetico&#8221;, in un rispecchiamento falsificante reciproco.</p>
<p>Ritornando al profondo senso di disagio delle persone che, per caratteristiche fisiche o di personalità, di fatto vengono osservate in modo insistente e persistente dagli altri, va detto chiaramente che quello sguardo a volte irridente, a volte di commiserazione procura grande sofferenza. Uno sguardo può essere come una lama che ferisce l&#8217;anima.</p>
<p>Ci avete mai pensato? Siete mai state ferite così? Ecco dovremmo cominciare a riflettere su questo: uno sguardo può ferire, può provocare dolore e può generare un turbamento emotivo molto molto forte e sgradevole; nonostante venga sbandierata una grande &#8220;libertà&#8221;, in realtà pochi di noi sono così solidi e si accettano così armonicamente da non lasciarsi condizionare dal giudizio altrui. Solo alcuni sanno riconoscere con obiettività i propri pregi e, soprattutto, i propri difetti accettandoli per quelli che sono; i più sono in balia del giudizio altrui, un giudizio spesso severo e impietoso.</p>
<p>Chi è meno giovane ricorderà una canzone che diceva &#8220;se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre&#8221;, sembra banale ma è realmente così. Le belle e i belli scatenano invidia ( sì perché anche gli uomini sono invidiosi a dispetto delle apparenze), le brutte e i brutti vengono rifiutati.</p>
<p>La televisione poi non fa che alimentare questo meccanismo perverso. E&#8217; vero che all&#8217;estero la gente si veste e si acconcia in modi che consideriamo &#8220;strani&#8221;, oggetto delle nostre critiche, però è altrettanto vero che se in Inghilterra non ci si vergogna di uscire con le scarpe sporche o con i colori dei vestiti mal abbinati, ci si vergogna parecchio di non rispettare una fila, di non fermarsi ad un attraversamento pedonale o di buttare l&#8217;immondizia per la strada. Qui da noi si è &#8220;osservatori impietosi&#8221; dell&#8217;estetica e della fisicità della persona, sul resto si è di una cecità assoluta: al di là di tutte le arie che ci diamo siamo parecchio indietro su molte cose. Siamo ancora legati a stereotipi antiquati e superati, a &#8220;valori&#8221; da &#8220;Italietta&#8221; anni &#8217;50 reduce da una miseria atavica per cui l&#8217;attenzione e lo sguardo rimangono focalizzati sulle apparenze:&#8221;Mio Dio quelle scarpe con quel vestito, che orrore!!!&#8221;</p>
<p>Mi si obietterà che c&#8217;è libertà di opinione e di critica. Certo, sicuramente sì, ma ciò che non funziona è l&#8217;arrestarsi di fronte alla banale esteriorità senza andare oltre. Sarà capitato anche a qualcuna di voi: la cicciona del gruppo è tanto simpatica, intelligente, colta, ma&#8230;c&#8217;è un ma, è pur sempre una cicciona, quindi è un essere umano che vale un po&#8217; meno.</p>
<p>Se vogliamo uscire dalla trappola gigantesca in cui ci troviamo, dobbiamo cominciare ad abbandonare questa concezione egocentrica del mondo e degli altri. Essere un po&#8217; più introspettivi per conoscerci meglio e, nel contempo, ampliare gli orizzonti del nostro pensiero.</p>
<p>L&#8217;introspezione ci aiuterà a scoprire quegli atteggiamenti mentali che portano anche noi stessi a rivolgere &#8220;quello sguardo&#8221; a qualcuno, aprendo la strada alla consapevolezza che l&#8217;apparenza estetica è davvero poco rilevante: alcuni esempi quali Albert Einstein e Margherita Hack lo dimostrano in modo inequivocabile. Persone assolutamente geniali nei rispettivi ambiti, tuttavia senza alcuna cura dell&#8217;estetica personale.</p>
<p>Ponetevi questa domanda: &#8220;Se mi fosse capitato di incontrarli per la strada senza sapere chi erano, cosa avrei pensato, come mi sarei posta nei loro confronti?&#8221; Ampliare l&#8217; orizzonte del pensiero sollevando lo sguardo dal terreno dell&#8217;apparenza, per dirigerlo verso la sostanza e l&#8217;interiorità altrui, può aprire universi nuovi e infiniti affrontando un percorso molto più stimolante, interessante e ricco di sorprese. Inoltre, così facendo, si intraprende un percorso di libertà, sia d&#8217;azione che di pensiero, e di giusta relativizzazione di sé e degli altri, ognuno con i propri difetti e con i propri limiti, per cui c&#8217;è poco da guardare e sghignazzare.</p>
<p>Insomma rivendichiamo il diritto ad essere come ci piacciamo (e anche come possiamo, con i nostri mezzi) e non riconosciamo né a noi stessi né agli altri il diritto di essere giudici impietosi e crudeli.</p>
<p>A presto e&#8230; parafrasando Renzo Arbore:&#8221;Meditiamo gente, meditiamo&#8221;.</p>
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		<title>Tempo! (seconda parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Apr 2008 12:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpo & Mente]]></category>
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		<description><![CDATA[          Avevamo dunque concluso la prima parte sottolineando come l’affermazione del nostro diritto ad un “tempo proprio, personale” ci facesse sentire cattivi e colpevoli. Perché non dovrebbe essere così? La risposta sta proprio nella nostra connaturata limitatezza di forze; abusando di noi stessi per amore degli altri ci danneggiamo e inevitabilmente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/times-square-taxi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1308" title="times-square-taxi" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/times-square-taxi-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Avevamo dunque concluso la prima parte sottolineando come l’affermazione del nostro diritto ad un “tempo proprio, personale” ci facesse sentire cattivi e colpevoli. Perché non dovrebbe essere così? La risposta sta proprio nella nostra connaturata limitatezza di forze; abusando di noi stessi per amore degli altri ci danneggiamo e inevitabilmente, prima o poi e seppur inconsciamente, ci vendichiamo. Non solo, ma dirsi reciprocamente che non si è in grado di far fronte ad un certo impegno, fa sì che tutti imparino il rispetto reciproco e soprattutto aiuta i nostri “cuccioli” ad acquisire il senso della realtà, ovvero non tutto è fattibile, non tutto si può avere.<span id="more-513"></span></p>
<p>Spesso i genitori ritengono di dover dare e fare tutto per i figli. Questo è un esempio lampante di quanto è diffuso il senso di onnipotenza: nessun essere umano può fare e dare tutto. Il limite, l’errore, la debolezza ci connotano profondamente come esseri umani, e anche come genitori non possiamo che essere assolutamente imperfetti. Negoziare vuol anche dire, quindi, trovare dei compromessi, lavorare insieme come coppia e come famiglia affinché tutti possano trarre il massimo beneficio possibile dall’essere, appunto, una famiglia.</p>
<p>Da questo punto di vista ritengo che le donne debbano e possano avere un ruolo propulsivo verso il cambiamento; certo esistono famiglie già impostate sul rispetto e sulla collaborazione reciproci fra i vari componenti, ma nella maggioranza dei casi è ancora la donna a rinunciare in favore degli altri.</p>
<p>Fin qui abbiamo parlato delle dinamiche che riguardano i singoli componenti familiari, ma anche la famiglia intesa come nucleo familiare, che non è la semplice somma delle persone da cui è formato, ha bisogno di tempi e spazi propri, di dialogo, condivisione di esperienze, ecc., altrimenti rischia di diventare una sorta di “coabitazione di single”. Non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità: se è vero che il “sistema” ci porta su questa strada, è anche vero che siamo un po’ tutti complici. Tenere occupati i bambini significa anche sottrarsi a quel difficile e impegnativo lavoro relazionale &#8211; educativo che caratterizza il ruolo dei genitori; per le coppie senza figli l’essere perennemente impegnati a fare altro può essere un modo per fuggire dalla relazione; per chi è solo suo malgrado, l’iperattività diviene un modo per fuggire sempre in avanti e non farsi acchiappare dall’angoscia della solitudine.</p>
<p>Abbiamo già detto in precedenza quanto sia difficile la relazionalità oggi, la tentazione di scappare è a volte davvero molto forte. Nessuno deve essere colpevolizzato per questo, siamo sottoposti a pressioni molto elevate che tentiamo di fronteggiare come possiamo. Inoltre va tenuto presente che esistono realtà molto diversificate per cui, se alcuni hanno reali possibilità di migliorare la propria situazione, altri sono davvero a corto di alternative. Tuttavia per coloro che hanno almeno una possibilità, il primo passo e’ domandarsi se sono soddisfatti di come passano il proprio tempo “libero”. Se la risposta è no, il secondo passo consiste nel cercare cosa determini tale insoddisfazione. Quando si ritiene di aver messo a fuoco la o le cause, occorre ricercare e valutare quali sono le strade percorribili per giungere al cambiamento, accettando anche la possibilità di dover “lottare” per ottenerlo. Non sempre chi ci circonda accetterà di buon grado. Bisogna essere consapevoli che si tratta di un “lavoro” da compiere, che comporta una spesa di energia, dal quale però possono arrivare guadagni inaspettati per tutti. E’ un lavoro che rimette in moto tutto il sistema relazionale e affettivo in cui siamo inseriti: a noi stessi diamo così maggiori gratificazioni che si traducono in gratificazioni per gli altri; ci sentiamo meno indispensabili, e così facendo doniamo agli altri il senso di una maggiore importanza, di un ruolo più pregnante e partecipato nell’economia della famiglia e della coppia. Qualora poi si giungesse alla consapevolezza che non si ha il coraggio o non si ha la volontà di cambiare, si tratterà comunque di un elemento di maggior chiarezza con noi stessi e con i nostri affetti.</p>
<p>Naturalmente questa è la semplice traccia di un percorso possibile, che poi ciascuno potrà usare come vuole e adattare a sé e alla propria peculiare situazione, ma non rinunciamo ad impegnarci affinché il tempo libero sia davvero “nostro”.</p>
<p>Saluti a tutte e…. scriveteci cosa pensate al riguardo.</p>
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		<title>Tempo!</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Mar 2008 11:12:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Bertole</dc:creator>
				<category><![CDATA[Corpo & Mente]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[            Viviamo dentro un paradosso. Lavoriamo per meno ore alla settimana e abbiamo ampia disponibilità, sia nel lavoro che a casa, di ausili tecnologici che ci consentono di svolgere le nostre attività in meno tempo rispetto a quanto capitava, per esempio, cinquant’ anni fa. In teoria dovremmo avere molto più [...]]]></description>
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<p> </p>
<p><a href="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/times-square-taxi1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1311" title="times-square-taxi1" src="http://www.vivobenedonna.com/vivobenedonna/wp-content/uploads/2009/01/times-square-taxi1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Viviamo dentro un paradosso. Lavoriamo per meno ore alla settimana e abbiamo ampia disponibilità, sia nel lavoro che a casa, di ausili tecnologici che ci consentono di svolgere le nostre attività in meno tempo rispetto a quanto capitava, per esempio, cinquant’ anni fa.</p>
<p>In teoria dovremmo avere molto più “tempo libero”, ma a ben guardare le cose paiono assai diverse. Corriamo come schegge impazzite, presi da mille impegni e arriviamo a fine giornata stanchi, nervosi, inquieti e con un senso di insoddisfazione. E questo tempo “libero” che fine ha fatto? <span id="more-515"></span></p>
<p>Prima di tutto occorre considerare che “libero” è un eufemismo, infatti sarebbe più corretto parlare di tempo non utilizzato per il lavoro e per lo svolgimento di quelle attività obbligatorie (ad esempio la gestione della casa, dei figli, ecc.) cui più o meno tutti siamo vincolati.</p>
<p>Questo tempo non utilizzato è spesso impiegato in attività diverse che però non abbiamo scelto noi e che, alla fine, si traducono in una sorta di lavoro ulteriore e aggiuntivo. Molte mamme impiegano il loro “tempo libero” a fare da tassiste ai figli che giocano al pallone, vanno in piscina o a scuola di danza e così via. Da questo punto di vista le donne sono spesso le più svantaggiate, costrette a sacrificare i propri momenti liberi a favore del resto della famiglia.</p>
<p>Sicuramente esistono delle forti differenze fra i sessi, però non è tutto qui. Non dobbiamo dimenticare che il nostro sistema di vita spinge ad una costante iperattività, per cui bisogna sempre fare qualcosa; siamo innanzitutto consumatori e come tali dobbiamo essere perennemente impegnati a spendere denaro e a consumare beni e servizi e questo accomuna tutti, donne, uomini e persino i bambini “consumatori in erba”.</p>
<p>Osserviamo come vivono proprio loro: frequentano la scuola a tempo pieno e subito dopo sono impegnati in attività diverse che, in alcuni casi, includono anche i fine settimana. Quindi i bambini non hanno il tempo per fermarsi mai e tutta la famiglia in conseguenza. E’ una sorta di contagio mentale collettivo, “tutti” svolgono delle attività extrascolastiche e quindi “bisogna” avere, come si dice, “altri interessi”.</p>
<p>Intendiamoci lo sport e le attività ricreative in genere sono sicuramente salutari tanto per il corpo che per la mente, tuttavia anche un po’ di relax, anche qualche momento di quiete non può che giovare. Pare che nessuno ne sia più capace, anzi quasi ci si vergogna di quei rari momenti di “inattività”; ma chi l’ha detto poi che essere inattivi significa davvero perdere tempo e non far nulla.</p>
<p>Questo nostro modo di vivere ci porta a non essere mai soli con noi stessi, ci toglie ogni possibilità di riflessione e di ascolto del nostro profondo e ci procura uno stress continuo che innesca meccanismi di difesa fisiologici e psicologici che alla lunga si automatizzano, entrando in azione anche quando non ce ne sarebbe motivo.</p>
<p>La presunta inattività può essere un momento di reale ascolto di sé, vera espressione delle istanze più profonde, e ci permetterebbe di riparare i danni di tanto stress e tante costrizioni.</p>
<p>I bambini, in quanto soggetti più deboli, sono le prime vittime di questo stato di cose, divengono inquieti e nervosi e chiedono agli adulti, ai genitori, di accogliere questa loro inquietudine, di placarla in qualche modo.</p>
<p>Gli adulti però portano in sé la medesima sofferenza, tutta la famiglia diventa un centro di tensioni e il tasso di aggressività aumenta. Paghiamo così un prezzo assai elevato per quella falsa onnipotenza che ci è data dalla tecnologia.</p>
<p>Fermarsi qualche minuto a riflettere, ci consentirebbe di scoprire che siamo proprio noi i primi ad assumere più impegni di quanti ne possiamo veramente affrontare. Non è giusto e non è salutare. Come fare dunque per trovare un equilibrio in tutto ciò? Almeno sul versante degli impegni facoltativi dobbiamo imparare a “negoziare”. Cosa vuol dire? Prima di tutto negoziare con le nostre forze e imparare ad ascoltare i nostri segnali di stanchezza; poi ricordare a noi stessi che abbiamo diritto ad un tempo e ad uno spazio “nostri” che vanno difesi; questa difesa va armonizzata con le esigenze di tempo e spazio dei nostri familiari, il che comporta anche la necessità di dire qualche no.</p>
<p>Non è una consapevolezza facile da acquisire, e ancor meno facile è mettere in pratica ciò che ne consegue; si scatenano emozioni forti in tutte le parti coinvolte e ci sentiamo “cattivi”.</p>
<p>Nella seconda parte approfondiremo quest’ ultimo aspetto, evidenziando anche come un cambiamento di atteggiamento, nel modo di vivere il tempo libero, possa avere delle ricadute positive su tutta la famiglia</p>
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